Vittorio Messerotti
Nasce a Soliera l’8 maggio 1881 da Francesco e Aldegonda Camurri; cementista-muratore, anarchico. Nel 1903 emigra in Svizzera per motivi di lavoro, aderendo al movimento libertario e partecipando attivamente alle lotte sindacali. Nel settembre 1908 è condannato per «molestie ai muratori non scioperanti» e si sposta prima in Alsazia e Lorena, da dove è espulso, poi in Lussemburgo e nel Granducato di Baden, per tornare in Svizzera nel luglio 1913, dove è arrestato con l’accusa di svolgere propaganda anarchica. Per solidarietà, oltre cinquecento operai italiani addetti alla costruzione di una linea ferroviaria entrano in sciopero.
Espulso anche dalla Svizzera, rientra in Italia. Arrivato a Modena nella seconda metà del 1914, è nominato segretario del Gruppo anarchico modenese ed entra a far parte della Commissione di controllo della Camera del lavoro sindacalista. Nell’agosto 1915 è chiamato alle armi ma, in considerazione della sua pericolosità, è trasferito in Tripolitania (Libia).
Smobilitato nel marzo 1919, riprende il suo impegno in campo sindacale diventando segretario generale della Camera del lavoro sindacalista, nonché direttore del settimanale camerale “La Bandiera operaia”. È nominato anche segretario del Sindacato nazionale dei lavoratori agricoli dell’Unione sindacale italiana, che ha sede a Modena. Coinvolto nel furto delle mitragliatrici organizzato dagli anarchici modenesi dopo l’eccidio di cinque operai avvenuto in Piazza Grande a Modena il 7 aprile 1920, è condannato a due anni e un mese di reclusione.
Uscito dal carcere nel marzo 1922, poco tempo dopo emigra in Francia, a Parigi. Qui aderisce alle organizzazioni anarchiche e sindacaliste, in particolare è molto attivo nella Fédération du bâtiment (sindacato dei muratori) che grazie a lui sostiene in vario modo molti profughi italiani, e nel Comitato d’emigrazione dell’USI di Parigi. È tra i firmatari dell’appello pubblicato su “Guerra di classe” il 25 marzo 1925 contro lo scioglimento dell’USI deciso dal prefetto di Milano.
Coinvolto nella vicenda ambigua delle Legioni garibaldine, una delle prime vicende di provocazione fascista contro l’antifascismo esiliato, alla fine del 1925 rientra in Italia, prendendo residenza prima a Genova e poi a Torino; in quest’ultima città è arrestato dalla polizia e trasferito a Modena dove, il 24 novembre 1926, è condannato a cinque anni di confino. L’isola di destinazione è Ustica (Palermo). Qui nell’ottobre 1927 è arrestato assieme ad altri trentanove confinati per aver dato vita ad una organizzazione clandestina, e denunciato al Tribunale speciale. Scarcerato nell’agosto 1928, è spostato sull’isola di Ponza (Latina) e, nel luglio 1929, in quella di Lipari (Messina). In quest’ultima località di confino è arrestato con altri sei compagni nel febbraio 1930 per aver criticato l’operato della MVSN.
Nel novembre 1931 è rilasciato per estinzione della pena e torna a Modena. Qui continua ad essere attentamente vigilato ed è incluso nell’elenco delle persone pericolose «da arrestarsi in determinate contingenze», cioè di norma in occasione del passaggio di autorità fasciste. È ammonito e diffidato varie volte. Assunto come stradino comunale, non subisce altre conseguenze anche se, come scrivono le autorità nel 1942, «conserva le sue idee politiche».
Dopo l’occupazione tedesca dell’Italia e la nascita della Repubblica sociale, partecipa con alcuni ex socialisti modenesi all’originale esperienza di “Giustizia sociale”, organo dell’Unione lavoratori dell’industria di Modena, illuso della bontà dei propositi di socializzazione e di ritorno alle origini ‘rivoluzionarie’ del fascismo repubblicano. Il giornale propone un deciso rinnovamento del sindacalismo fascista, attraverso l’elezione dal basso dei dirigenti, il rafforzamento delle Commissioni interne, il riconoscimento del diritto di sciopero: osteggiato dalla Federazione fascista repubblicana, il giornale viene chiuso nel 1944 e alcuni suoi esponenti sono persino arrestati.
Nel dopoguerra è immediatamente isolato dagli anarchici modenesi, che non gli perdonano le ambiguità manifestate nel corso degli anni Trenta e, soprattutto, le scelte politiche che ha compiuto durante la RSI e si ritira definitivamente dalla vita politica. Altre tensioni si manifestano con il figlio Bruno, appena rientrato dalla Germania dove era stato deportato, per cui decide di trasferirsi in un ospizio. Bruno Messerotti diventerà poi un importante dirigente della Camera del lavoro di Modena.
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FONTI
Archivio centrale dello stato, Casellario politico centrale, ad nomen
BIBLIOGRAFIA
Claudio Silingardi, Gli anarchici modenesi tra fuoriuscitismo e rivoluzione in Spagna, in “Rassegna di storia”, n. 6, maggio 1987, pp. 43-77
Claudio Silingardi, «Giustizia sociale» e il sindacalismo fascista a Modena (1943-1945), in Maurizio Degl’Innocenti, Paolo Pombeni, Alessandro Roveri (a cura di), Il PNF in Emilia Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Milano, Angeli, 1988
Enea Romagnoli
Nasce a Castelfranco Emilia il 18 giugno 1928. Dopo aver frequentato la scuola di avviamento professionale, inizia presto a lavorare in fabbrica a Bologna. Ritornato a Castelfranco nel 1943 causa i bombardamenti sulla città, entra nel mondo del lavoro come manovale edile. Nell’immediato dopoguerra aderisce al Partito comunista, nei primi anni Cinquanta inizia a collaborare con la Camera del lavoro, seguendo la lega dei terrazzieri di Castelfranco e poi come capo-lega a Piumazzo. Si sposa con Maria Francesca ed hanno due figli, Roberto e Maura.
Dopo alcune esperienze di impegno sindacale tra Castelfranco Emilia e Modena, seguendo alcune categorie, inizia a lavorare alla Federbraccianti, dove svolge quasi tutta la sua carriera sindacale, entrando in segreteria come responsabile della contrattazione. In questo ruolo dimostra grandi capacità contrattuali e una profonda competenza della materia negoziale, mantenendo sempre come riferimento il rapporto con i lavoratori e la condivisione degli obiettivi da raggiungere. Continuerà questa attività fino alla pensione, nel 1985, proseguendo poi per altri due anni come volontario attivista del sindacato pensionati Cgil.
Ha sempre avuto il pallino per la scrittura, nel tenere appunti e resoconti. Questa passione lo porta sin da giovane alla collaborazione con i giornali di fabbrica, la cosiddetta “stampa operaia” degli anni 1950: scrive per il mensile “La Voce dell’azienda agricola” della Bettini di Castelfranco Emilia negli anni 1952 e 1953, scrive per la rivista “Il Riscatto, periodico delle lavoranti a domicilio”, e per la “Voce dei lavoratori” nel 1955 e 1956.
Inizia a raccogliere e a conservare copia di tutti i contratti di lavoro degli operai agricoli, sia quelli provinciali che regionali e nazionali, raccoglie e conserva anche tutti i suoi appunti presi durante le riunioni e le discussioni fatte in sede di contrattazione con le aziende e con le controparti con cui, di volta in volta, si trova al tavolo delle trattative. Raccoglie le tabelle salariali e gli articoli di giornale riguardanti i contratti dei lavoratori agricoli. Appunti, tabelle e articoli vengono tutti ben rilegati creando libri facilmente consultabili.
Libri che ora, dopo la sua morte, avvenuta il 19 giugno 2019, i familiari hanno scelto di mettere a disposizione dell’Archivio Storico della Cgil di Modena, conservato presso l’Istituto storico di Modena, per permettere a chiunque lo voglia, di accedere a dati e notizie di questo passato.
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Istituto storico di Modena, Archivio CGIL Modena, Fondo Enea Romagnoli
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Claudio Silingardi, Storia del sindacato a Modena 1880-1980, Roma, Ediesse, 2002
Carlo Veratti
Nasce a Sassuolo il 7 gennaio 1894, cementista, socialista. Inizia a impegnarsi in ambito sindacale negli anni Dieci del Novecento. Durante la Prima guerra mondiale assume la carica di segretario della Camera del lavoro unitaria, in sostituzione di Nicola Bombacci, che era stato arrestato. Tratto in arresto il 15 giugno 1918 con l’accusa di disfattismo dopo una conferenza contro la guerra tenuta davanti a centocinquanta persone presso la lega dei braccianti di Cadecoppi, a Camposanto, è condannato a due anni e mezzo di reclusione, pena poi ridotta in appello a otto mesi.
Segretario dei Circolo giovanile socialista di Sassuolo, nel dopoguerra è presente sia nella vita di partito sia in quella sindacale, infatti nel marzo 1919 è tra i firmatari dell’accordo “per l’unità proletaria” tra le due Camere del lavoro provinciali, la Federazione provinciale socialista, la federazione giovanile socialista e il gruppo libertario modenese.
Nel novembre 1920 è eletto consigliere provinciale ed assume la direzione del giornale socialista ‘Il domani’. Nel 1921 diventa segretario della Camera del lavoro unitaria, carica che mantiene fino al suo scioglimento nel gennaio 1923. L’8 febbraio 1922 partecipa ad una importante riunione a Massa Finalese, presenti un migliaio di lavoratori che intendono uscire dai sindacati nazionali per aderire alla Camera del lavoro unitaria, ma la manifestazione è impedita con la forza dai fascisti accorsi in massa, che prendono a sassate e bastonate la macchina che trasporta Veratti mentre tenta di allontanarsi.
Nel 1923 è costretto ad emigrare in Francia, prendendo residenza a Fontenay-sous-Bois, trovando occupazione come imbianchino. Nel 1932 risulta essere responsabile per la zona di Fontenay del Partito socialista unitario. Le autorità fasciste scoprono che è a capo di una rete che, tramite Umberto Bergonzini a Modena e Alberto Simonini a Reggio Emilia, cerca di far emigrare in Francia compagni fidati. Ancora nel 1938 l’ambasciata scrive che «esplica attività politica antifascista e fa parte del comitato direttivo della federazione socialista della regione parigina».
Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il 26 ottobre 1940, decide di rientrare a Modena con la moglie e le figlie. Evidentemente disilluso, dichiara di non occuparsi più di politica e di apprezzare il regime fascista. Trovato lavoro come operaio presso la FIAT Grandi motori, nell’autunno del 1943 è protagonista assieme ad altri vecchi ex socialisti ed ex anarchici di un’originale esperienza sindacale, quella dell’Unione lavoratori dell’industria e in particolare del suo giornale “Giustizia sociale”, nate nel quadro delle spinte alla socializzazione e al ‘fascismo sociale’ che caratterizzano la prima fase della Repubblica sociale italiana. Il 27 aprile 1944 è oratore alle officine Rizzi per la festa del lavoro.
In ogni caso, il giornale è fortemente osteggiato dall’ala intransigente del fascismo repubblicano ed è chiuso nel giugno 1944, dopo essere uscito per alcuni numeri con le pagine imbiancate dalla censura. A questo punto Veratti si ritira a vivere a Sassuolo, dove muore il 20 marzo 1945.
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Archivio centrale dello Stato, Casellario politico centrale, b. 5366 “Veratti Carlo”
BIBLIOGRAFIA
Claudio Silingardi, “Giustizia sociale” e il sindacalismo fascista a Modena (1943-1945), in Maurizio Degl’Innocenti, Paolo Pombeni, Alessandro Roveri, Il PNF in Emilia-Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Milano, Franco Angeli, 1988
Fabio Montella, Bagliori d’incendio. Conflitti politici a Modena e provincia tra guerra di Libia e marcia su Roma, Milano, Mimesis, 2021
Giuseppe Luppi
Nasce a Mirandola (Modena) il 18 marzo 1875 da Giovanni e Zeffira Mazzola, fabbro, anarchico. Sposato con Aldegonda Molinari, è padre di quattro figli. Si mette in evidenza già negli ultimi anni dell’Ottocento (condannato nel 1894 per “grida sediziose”, poi seguiranno altre denunce nel corso degli anni), ma è all’inizio del Novecento che sviluppa una maggiore attività, risultando tra i promotori delle lotte sindacali nella Bassa Modenese. Esponente della Camera del lavoro di Mirandola, dove ricopre a più riprese incarichi di direzione, e segretario del Sindacato provinciale macchinisti, partecipa ai vari congressi sindacali tenuti nella provincia di Modena.
È lui a presentare, in occasione del congresso per l’unità sindacale promosso dalle Camere del lavoro di Modena, Carpi e Mirandola il 19 gennaio 1913, la mozione degli anarchici modenesi, che propongono di lasciare libera ogni lega sindacale di aderire o alla Confederazione generale del lavoro o all’Unione sindacale, realizzando però un’unica Camera del lavoro provinciale. Ma la proposta non è accolta, e si determina la spaccatura del movimento in due organizzazioni camerali provinciali, una a orientamento socialista, l’altra sindacalista rivoluzionaria. Sempre nel 1913 subisce una nuova condanna dalla Pretura di Finale Emilia a quaranta giorni di reclusione (ridotti a dieci in appello) per istigazione a delinquere e incitamento all’odio durante un comizio tenuto a Ponte S. Pellegrino, nei pressi di San Felice sul Panaro.
Negli anni del primo dopoguerra è segretario della succursale di Mirandola della Camera del lavoro sindacalista di Modena e con Giovanni Bassoli – poi ucciso dai fascisti in un’aggressione – uno degli esponenti più in vista del movimento anarchico locale. Coinvolto nel furto delle mitragliatrici organizzato dagli anarchici e giovani socialisti modenesi nel maggio 1920 per difendere le manifestazioni operaie, dopo quasi un anno di carcere viene assolto per non aver commesso il fatto.
Nel giugno 1921 è di nuovo sotto processo assieme all’anarchico Carlo Nencini ed altri sei lavoratori per le denunce di estorsione dell’anno prima. Il Tribunale di Modena lo condanna, in contumacia, ad un anno e tre mesi di carcere più una multa di 600 lire per violenza privata in seguito a boicottaggi. Dopo due mesi è arrestato nel Veronese, il reato però viene amnistiato nel gennaio 1922.
Intorno alla metà degli anni Venti è uno dei pochi anarchici ancora attivi nella Bassa modenese. Partecipa con Vincenzo Chiossi al convegno clandestino dell’Unione sindacale italiana che si svolge a Genova il 28-29 giugno 1925 e che si propone di riorganizzare il movimento sindacale d’orientamento rivoluzionario. Nel 1934 è radiato dallo schedario dei sovversivi, perché secondo la polizia non risulta più impegnato in attività politiche.
Alla caduta del fascismo, nel luglio 1943, gli antifascisti di Mirandola lo pongono alla guida delle organizzazioni sindacali libere. Dopo la Liberazione è nominato segretario della Camera del lavoro di Mirandola. In questo periodo pare si avvicini al Partito comunista. Muore a Mirandola il 18 settembre 1952.
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FONTI
Archivio centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 2885, “Luppi Giuseppe”
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Lotte rivendicative e tensioni rivoluzionarie (1900-1914), in Lorenzo Bertucelli et al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Istituto Storico di Modena, Dizionario storico dell’antifascismo modenese, vol. 2, Biografie, Milano, Unicopli, 2012
Claudio Silingardi, Brevi note su: movimento operaio e organizzazione sindacale a Mirandola dalle origini al fascismo (1870-1920), Mirandola, CGIL, 1985
Egidio Levoni
Nato a Villa Santa Caterina (Modena) il 15 marzo 1880, socialista, esponente della Lega cappellai, tra le prime ad aderire alla Camera del lavoro, nel 1902 entra nella Commissione esecutiva dell’organismo camerale.
Attivo anche nella Federazione nazionale, per alcuni anni ricopre l’incarico di grande responsabilità, data la ristrettezza di risorse, di tesoriere della Camera del lavoro. Nel 1912 è tra i promotori del percorso di unificazione che avrebbe dovuto portare alla nascita di un’unica Camera del lavoro in provincia e che, invece, si conclude con la nascita di due organismi, uno a orientamento socialista, l’altro a orientamento anarchico.
Avviato un laboratorio di “rimessa a nuovo di cappelli proletari”, questo diventa luogo di ritrovo dei socialisti modenesi.
Nel 1910 entra in Consiglio comunale nell’amministrazione radical-socialista che governa la città per un biennio. Non si hanno altre informazioni su di lui.
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FONTI
Ferruccio Teglio, Egidio Levoni, “il domani”, 9 dicembre 1945
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Lotte rivendicative e tensioni rivoluzionarie (1900-1914), in Lorenzo Bertucelli et al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Stefano Magagnoli, Élites e municipi. Dirigenze, culture politiche e governo della città nell’Emilia del primo ‘900 (Modena, Reggio Emilia e Parma), Roma, Bulzoni editore, 1999
Ercole Bottazzi
Nasce a Modena il 3 luglio 1877. Operaio alla Manifattura tabacchi, militante socialista, è tra i promotori della nascita della Lega delle operaie della Manifattura modenese, una delle prime leghe di resistenza femminili.
Nel 1902 è eletto nella Commissione esecutiva della Camera del lavoro di Modena. Per alcuni anni ricopre la carica di segretario della Lega dei fornaciai. In tale veste partecipa ai congressi della Federazione nazionale dei lavoratori dell’edilizia.
Nel 1910 è eletto in Consiglio comunale a Modena, nell’amministrazione radico-socialista che regge le sorti della città per un biennio.
Arruolato nell’esercito allo scoppio della Prima guerra mondiale, muore nel corso dei combattimenti.
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FONTI
Ferruccio Teglio, Ercole Bottazzi, “il Domani”, 25 novembre 1945
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Lotte rivendicative e tensioni rivoluzionarie (1900-1914), in Lorenzo Bertucelli et al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Stefano Magagnoli, Élites e municipi. Dirigenze, culture politiche e governo della città nell’Emilia del primo ‘900 (Modena, Reggio Emilia e Parma), Roma, Bulzoni editore, 1999
Agostino Rota
Nato il 6 settembre 1931 a Santa Croce di Carpi in una famiglia di braccianti agricoli. Era l’ultimo di quattro figli dopo le sorelle Raffalina, Enrica e Francesca. Alla morte del padre nel ‘37 la famiglia inizia ad avvertire il peso delle difficoltà economiche.
È testimone attento dell’azione partigiana locale e di alcuni tra i più efferati atti compiuti dai nazifascisti su questo territorio, episodi che lo segnano profondamente ma che saranno anche per lui formativi e determinanti per le sue successive scelte di vita.
A guerra conclusa, all’età di 14 anni inizia a lavorare alla Collettiva dei braccianti di Santa Croce (poi diventata Cooperativa) per poi diventare capo lega della Lega di Santa Croce.
Anche la militanza politica inizia presto: nel ‘48 si iscrive al Fronte della Gioventù (FDG) e al compimento dei diciotto anni alla Federazione Giovanile Comunista (FGCI). Nel 1950 entra nella Segreteria del Partito Comunista della sezione di Santa Croce.
Le persecuzioni del dopoguerra indussero molti ex partigiani comunisti a cercare protezione nei paesi socialisti dell’Europa orientale, soprattutto in Jugoslavia e Cecoslovacchia. Anche la sezione carpigiana dell’ANPI si ritrova di fatto sguarnita, perciò tra il ‘54-’55 ad Agostino Rota, allora ventitreenne, viene chiesto di ricoprire la carica di Segretario. Di grande rilievo in questo periodo l’organizzazione (su iniziativa dell’Amministrazione comunale, allora presieduta dal sindaco Bruno Losi) del Decennale della Resistenza e della chiusura di Auschwitz, manifestazione a cui partecipano rappresentanze dei reduci da tutti i Campi di concentramento d’Europa.
A partire dall’anno successivo, 1956, inizia l’attività sindacale a Carpi nel settore del tessile-abbigliamento, dove collabora alla messa a punto di diverse piattaforme contrattuali e rivendicative, a partire da quella per le lavoranti a domicilio negli anni della impetuosa crescita del settore.
Negli anni Sessanta è Segretario della Camera del lavoro di Carpi, e negli anni Settanta passa al provinciale agli Alimentaristi. In questo periodo si impegna anche in iniziative per la pace e per il disarmo nucleare, attraverso il Progetto Sviluppo. Dagli anni Ottanta si occupa di cooperazione internazionale all’interno della ONG costituita dalla Cgil nazionale per la solidarietà ai sindacati dei paesi in via di sviluppo e dei paesi latino-americani, con cui partecipa a missioni in Vietnam, Senegal, Jugoslavia, Nicaragua.
Nel 1978 passa alla categoria regionale degli Alimentaristi, dove rimarrà fino al ‘96. Il 2 agosto 1980 è testimone dell’attentato stragista alla stazione di Bologna.
Negli anni Novanta entra anche nello Spi regionale e all’Auser, e collabora alla fondazione dell’Università della libera età Natalia Ginzburg.
Nel 2004 fonda a Carpi l’Associazione Africa Libera, che ancora oggi svolge attività di cooperazione internazionale in Ghana e Costa D’Avorio.
A Carpi porta avanti il suo impegno nel volontariato locale fino alla morte, il 3 novembre 2021.
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BIBLIOGRAFIA
Adriana Barbolini (a cura di), Da sempre in cammino. Autobiografia di Agostino Rota, Modena, Spi-Cgil Modena, 2019
Ilario Guazzaloca
Nato nel 1924, muove i suoi primi passi come dirigente diventando segretario della Camera del Lavoro di Castelfranco Emilia nel 1947, per poi diventare alla fine del 1948 segretario della Federmezzadri e successivamente della Confederterra provinciale. Nel 1955 entra nella segreteria generale della Camera confederale del lavoro e, l’anno successivo, diventa segretario generale sostituendo Ugo Bedogni, carica che mantiene fino al 1960.
Lo stesso anno si trasferisce a Roma come segretario generale aggiunto della Filziat (Federazione italiana lavoratori zuccheriero industria alimentare e tabacco), carica che mantiene per quattro anni. Nel 1964 rientra a Modena dove è eletto come consigliere in Provincia (fino al 1970) e assume il ruolo di presidente della Lega provinciale delle cooperative fino al 1973, quando assume altri ruoli nella cooperazione regionale fino al pensionamento. Muore a Modena il 22 marzo 2011.
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BIBLIOGRAFIA
Lorenzo Bertucelli, «Costruire la democrazia». La Camera del lavoro di Modena (1945-1962), in Lorenzo Bertucelli et al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Vincenzo Chiossi
Nasce a Carpi il 17 maggio 1893 da Olivo e Luisa Albarani, meccanico, anarchico. In data imprecisata si trasferisce a Modena, nel rione della Madonnina. Nel 1908 si avvicina al movimento libertario insieme al fratello maggiore Umberto, che proprio in quello stesso anno diventa segretario della Lega muratori di Modena. Partecipa al primo conflitto mondiale, ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare.
Nel primo dopoguerra è uno dei più attivi esponenti anarchici e fa parte del Comitato esecutivo della Camera del lavoro sindacalista. È tra i promotori del furto delle mitragliatrici avvenuto a Modena nel maggio 1920 in risposta all’eccidio proletario del 7 aprile, promosso dagli anarchici modenesi che intendono utilizzarle «per difendere le manifestazioni operaie». Arrestato con altri 28 dirigenti della Federazione comunista anarchica e della Camera del lavoro sindacalista, è condannato a due anni e sei mesi di carcere.
Rientrato a Modena dopo aver scontata la pena, si impegna attivamente nella riorganizzazione del movimento anarchico e dell’Unione sindacale a Modena. Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, promuove la costituzione di un Gruppo giovanile anarchico e nel giugno 1925 partecipa ad un convegno clandestino dell’USI a Genova.
Per questa sua attività, il 24 novembre 1926 è condannato a cinque anni di confino, poi ridotti a due, da scontare a Lipari (Messina). Tenta ogni strada per tornare a casa, comprese ripetute richieste al duce e, a suo favore, interviene – caso abbastanza raro – anche il proprietario della ditta dove lavora come capo-officina, l’azienda Barbieri di Modena.
La ragione di tale insistita richiesta è nella sua pesante condizione familiare: a casa ha lasciato la moglie e la madre senza alcun sostentamento, e da tempo ospita in casa sua anche l’anarchica Valentina Meschiari, separata dal marito e con un figlio poliomielitico.
Rientrato a Modena dal confino è continuamente vigilato, ma apparentemente – forse proprio per la difficile situazione familiare – non svolge più attività politica. Stando ad alcune testimonianze rilasciate nel dopoguerra, all’interno dell’azienda Barbieri non fa mistero delle proprie convinzioni libertarie, discutendo liberamente e favorendo la presa di coscienza antifascista di alcuni giovani operai.
Caduto il fascismo, è incaricato dal Comitato Italia libera – che si è costituito a Modena il 28 luglio 1943 – di riorganizzare il settore sindacale, compito che si rivela impraticabile a causa dell’atteggiamento delle autorità militari locali. Durante la lotta partigiana collabora con il CLN provinciale, assumendo incarichi molto delicati, che sfruttano le sue amicizie con ex sindacalisti rivoluzionari passati da tempo al fascismo, come Nicola Vecchi, per cercare di condizionare le scelte del duce in merito alle nomine dei funzionari a capo dell’Amministrazione provinciale e del Comune di Modena.
Nei primi mesi del 1945 partecipa alle riunioni clandestine che danno vita alla Camera confederale del lavoro unitaria, nella quale rappresenta la corrente sindacalista anarchica. Dopo la Liberazione, con Aladino Benetti fonda la Federazione comunista libertaria di Modena che, tra l’altro, ha sede nello stesso edificio della Camera confederale del lavoro, in via San Vincenzo. Dopo qualche tempo, però, si avvicina al Partito socialista e, successivamente, è nominato direttore dell’Ufficio provinciale del lavoro. Muore a Modena il 26 maggio 1950.
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FONTI
Archivio centrale dello stato, Casellario politico centrale, b. busta 1309, ‘Chiossi Vincenzo’
Istituto storico Modena, Fondo Anppia, b. 60, fasc. 11
BIBLIOGRAFIA
L. Bertucelli, C. Finetti, M. Minardi, A. Osti Guerrazzi, Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, introduzione e cura di Luigi Ganapini, Roma, Ediesse, 2001
C. Silingardi, Una provincia partigiana. Guerra e Resistenza a Modena 1940-1940, Milano, Angeli, 1998
Bindo Pagliani
Nato a Modena il 26 luglio 1870, Benedetto (detto Bindo) Pagliani negli ultimi anni dell’Ottocento è tra gli esponenti più in vista del socialismo modenese, corrispondente de “l’Avanti” e de “La giustizia” di Reggio Emilia. Maestro elementare, la sua nomina nel plesso scolastico di San Felice sul Panaro è annullata perché arrestato durante una manifestazione popolare.
Aderente alla componente riformista del Partito socialista, è segretario della Camera del lavoro di Modena dal 1902 al 1911 e in tale veste è protagonista delle polemiche con Ottavio Dinale, leader delle leghe bracciantili della bassa modenese, rispetto alla loro mancata adesione alla Camera del lavoro.
Sotto la sua guida la Camera del lavoro riprende vita dopo un inizio stentato, inaugura finalmente la sede nel 1903 e apre gli uffici emigrazione, di consulenza legale ed elettorale. Nel 1906 partecipa al congresso costitutivo della Confederazione generale del lavoro, entrando a far parte del Consiglio nazionale. L’anno successivo cerca di mediare tra scioperanti e direzione della Filanda di Spilamberto.
Negli stessi anni è protagonista degli intensi dibattiti presenti sui giornali d’ispirazione socialista, tra cui “Il Domani”, da lui fondato insieme ad Agnini, di cui è direttore a fasi alterne. Si dimette da segretario camerale nel 1911, perché impegnato nel movimento cooperativo e nell’amministrazione locale. Infatti, dal 1910 era assessore nell’amministrazione radico-socialista di Modena, ma si dimette due anni dopo perché diventa segretario del Partito socialista modenese. Candidato alle elezioni della Camera dei deputati nel 1913, non viene eletto. È espulso dal partito nel 1915 perché aderisce ai Comitati di difesa civile promossi dal governo a sostegno della Prima guerra mondiale.
Nel 1918 entra nel Consiglio di amministrazione della Federazione nazionale delle cooperative agricole, con sede a Bologna. Nel dopoguerra è consigliere della Federazione nazionale delle cooperative, e collabora a “La propaganda”, settimanale dei socialisti indipendenti di Modena. Muore nel 1926.
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FONTI
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Lotte rivendicative e tensioni rivoluzionarie (1900-1914), in Lorenzo Bertucelli et al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roima, Ediesse, 2001
Alfredo Bertesi
Nasce a Carpi il 23 gennaio 1851 da Giuseppe e Lavinia Cimini.
Il nonno paterno, in costante lotta con la povertà, lavora la terra nella frazione carpigiana di Cortile, mentre il padre Giuseppe, per riuscire a sostenere la numerosa famiglia, cambia più volte mestiere ed infine riesce ad aprire un caffè a Carpi.
Il 24 luglio 1875 sposa Carolina Canovi, e dopo neanche un anno, il 4 maggio 1876, nasce la loro primogenita Carmelita, alla quale seguiranno Ada, Giuseppina e Rina.
Nonostante il peso delle difficoltà economiche che gravavano sulla famiglia, fin da piccolo Bertesi si impegna ed eccelle negli studi riuscendo ad ottenere la licenza ginnasiale. Sarà poi costretto ad interrompere la sua formazione per cercarsi un’occupazione e contribuire al bilancio domestico.
Nel 1868 si trasferisce con i genitori e i fratelli a Bologna, in cerca di migliore fortuna.
Le sue prime esperienze di lavoro sono segnate per diverse ragioni dalla cattiva sorte, ma la sua innata intraprendenza gli permetterà di ricominciare ogni volta daccapo senza perdersi d’animo, e di fare conoscenza diretta delle ingiustizie cui sono soggette le classi lavoratrici sviluppando particolare sensibilità per la questione operaia.
Più tardi torna a Carpi per lavorare nella salumeria dello zio dove rimane per cinque anni, potendosi così ricongiungere con i suoi cari che, conclusa l’esperienza bolognese, erano tornati nella città natale.
In questo periodo inizia anche il suo impegno sociale: nel 1872 diventa socio della Società di Mutuo Soccorso fondata nel 1860 da Giustiniano Grosoli (1822-1893) e dal 1874 il suo nome compare tra i membri del consiglio generale in rappresentanza degli osti e dei bottegai.
Nel 1875 per conto e a cura della Società Operaia viene istituito il Panificio sociale di cui diverrà Presidente del consiglio di amministrazione nella seduta del 22 aprile 1878. Attratto dalle idee democratiche e socialiste e già accreditato negli ambienti politici, comincia a ritagliarsi un posto di spicco nel panorama del socialismo locale fino a diventarne a Carpi il principale esponente.
Nel 1889 collabora alla nascita del giornale «Luce», gazzetta democratica di Carpi, assumendone la direzione nel 1891. Fra i redattori troviamo anche Giustiniano Grosoli e Ferruccio Rizzatti, ex direttore de «il Pieruccio» , giornale liberale moderato finanziato dagli industriali di Carpi.
Nel modenese la prima cooperativa di lavoro a sorgere è quella di Finale Emilia, fondata il 1 aprile 1886 da Gregorio Agnini (1856-1945): Bertesi assume un ruolo cruciale nella fase nascente del sistema cooperativo locale, tanto che nel 1890 si costituisce proprio per sua iniziativa l’Associazione dei lavoratori di Carpi che fonde la già esistente Cooperativa birocciai (1889) con quella dei braccianti e dei muratori, e ne viene eletto presidente.
Il 1891 vede la sua elezione a consigliere comunale a Carpi e consigliere provinciale di Modena.
Nell’autunno del 1893, dopo l’esperienza del Congresso nazionale socialista di Reggio Emilia (8-10 settembre), avvia il Circolo socialista di Carpi con sede nei locali dell’Associazione del Lavoratori e subito dopo anche quelli di Fossoli, Soliera, Migliarina, Novi e Concordia.
Il periodo 1891-1895 racchiude gli anni del suo impegno amministrativo al fianco di Gregorio Agnini, Giuseppe Barbieri, Adolfo Ferrari, Edgardo Muratori, Italo Silvestri, Giacomo Ferri, Domenico Rivaroli, Raimondo Benzi, perlopiù dirigenti anche di associazioni cooperative e sindacali. In una lettera del 26 ottobre 1893, Agnini scrive che “le tre vie indicate da Berenini per giungere al socialismo – “bisogno, cuore e intelletto” – a Carpi sembravano trovare conferma sia per la relativa “compattezza” delle organizzazioni operaie, sia per l’attivo continuo infaticabile apostolato” di Bertesi”.
Con l’approvazione delle tre “leggi antianarchiche” presentate nel luglio 1894 dal Governo Crispi, viene ordinata la chiusura di circoli e sezioni socialiste e lo scioglimento dello stesso Partito Socialista Italiano. La protesta che ne consegue comporta per Bertesi (e in egual misura per i suoi collaboratori) la condanna a cinque mesi di detenzione, che sconta nel carcere modenese di Sant’Eufemia, consegnandosi autonomamente il 10 maggio 1895.
Uscito di prigione il 20 settembre 1895, per non incorrere di nuovo nei provvedimenti repressivi della Prefettura, vengono costituiti i circoli elettorali ossia delle organizzazioni informali, prive di statuti, sedi, dirigenti e vessilli sociali: a Carpi il circolo si riunisce nella sede della cooperativa, mentre nei centri piccoli gli attivisti si trovano in casa ora di uno ora di un altro.
Alfredo Bertesi viene eletto per la prima volta deputato nel 1896 nel secondo governo Rudinì, trionfando contro l’avversario Camillo Fanti, figlio del Generale Manfredo: il consenso gli viene soprattutto dai borghi rurali della Bassa, dove più assiduo era stato l’impegno dei gruppi socialisti (Novi, Concordia, S. Possidonio, Rovereto e Bastiglia).
Dopo la XIX°, sarà eletto deputato anche per le successive cinque legislature del Regno d’Italia
Nel biennio 1897-1898 divampa in tutto il territorio nazionale l’agitazione dei lavoratori in lotta contro la miseria e la disoccupazione. Sul territorio le principali interessarono i fornaciai, le trecciaiole e i braccianti: in questo contesto Bertesi, esponente dell’ala più gradualista del suo partito, invece che incitare la protesta si prodigò per placarla.
Dopo l’arresto di Andrea Costa, il 1 luglio 1899 Bertesi assume provvisoriamente la direzione del partito.
Il 25 settembre 1904, grazie anche alle sue conoscenze tra le personalità del mondo politico e finanziario, fonda la Società Anonima «Il Truciolo» rilevando inizialmente la ditta di Cesare Tirelli, e nel giro di un anno comprendendo anche la “L.Benzi” e la “G.Menotti”, e ancora la manifattura “A.Loria”. Nel ruolo di consigliere delegato, con largo potere decisionale, vi dedica tutto se stesso fino alla morte.
In questo periodo Bertesi incoraggia gli industriali del truciolo a creare una propria associazione promuovendo una visione fondata sull’alleanza tra industriali e operai, dando vita ad un modello tanto originale quanto ambiguo che gira interamente intorno alla sua figura.
Allo scoppio della Guerra di Libia i socialisti si oppongono all’iniziativa italiana che giudicano contraria agli interessi della nazione, e in più occasioni Bertesi si fa portavoce di questa direttiva.
Uscito nel 1912 dal partito, a seguito del XIII congresso nazionale dove prevale la linea massimalista e rivoluzionaria del giovane Mussolini, Bertesi fonda a Carpi una sezione del Partito socialista riformista insieme a Silvio Messori, allora presidente della Società operaia carpigiana. Ma questa operazione lo vede sconfitto nelle elezioni politiche del 1913 e in quelle amministrative del 1914.
Anche in merito al primo conflitto mondiale, con il suo interventismo Bertesi entra in contrasto con la posizione neutralista del socialismo italiano. Nel maggio del 1915 fa domanda di partire come volontario e la sua richiesta viene accolta, per cui è mobilitato come ufficiale di completamento e destinato al 55° Reggimento di Fanteria a Treviso.
Nella primavera del 1913 promuove a Carpi il “Comitato di Preparazione Civile” con lo scopo di coordinare l’azione civile volta a sostenere il più possibile la continuazione di una vita normale in caso di guerra. Effettivamente il Comitato sosterrà i combattenti e le loro famiglie durante e dopo il primo conflitto mondiale. Non solo, Bertesi si attiva anche in favore di altre strutture di mutuo soccorso, tanto che lo ritroviamo presidente dell’Ente autonomo dei consumi carpigiano, che provvede a distribuire articoli tesserati (farina, grano, olio, burro, zucchero e riso) e ad acquistare direttamente, alle migliori condizioni possibili, i prodotti che scarseggiano sul mercato locale. E ancora, in qualità di Presidente del “Comitato per la Vittoria” si impegna nella raccolta di denaro attraverso “la sottoscrizione della Vittoria per i combattenti d’Italia, per i combattenti di Carpi, per le terre invase” (1918).
Nel dopoguerra aderisce al Blocco nazionale e, dopo la nomina a senatore nel 1920, si avvicina al fascismo.
Poco dopo aver ricevuto una diagnosi di broncopolmonite, muore nella sua casa a Carpi il 20 agosto del 1923.
La Città di Carpi gli ha dedicato una piazza e una lapide commemorativa.
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DOCUMENTI
FONTI
Istituto Storico della Resistenza di Modena (ISRMO), Archivio Alfredo Bertesi
BIBLIOGRAFIA
Alberto Barbieri, Luisa Resca Barbieri, Alfredo Bertesi. Settant’anni di vita carpigiana, Mucchi editore, 1975
Maurizio Degl’Innocenti, Franco Della Peruta, Angelo Varni (a cura di), Alfredo Bertesi e la società carpigiana del suo tempo. Atti del Convegno nazionale di studi (Carpi, 25-27 gennaio 1990), Modena, Mucchi, 1993
Ernesto Cattani
Nato nel 1920, Ernesto Cattani proviene da una famiglia contadina di Panzano. Durante la guerra è fatto prigioniero, al ritorno inizia a lavorare come bracciante, si iscrive al Partito comunista ed inizia l’attività sindacale nella Lega dei braccianti di Panzano, della quale diviene presto responsabile.
Nel 1964 diventa segretario della Camera del lavoro di Campogalliano e viene eletto in Consiglio comunale. Il 3 agosto 1971 mentre è impegnato nella vertenza per il rinnovo del contratto provinciale dei braccianti. Mentre gira per le campagne con la sua auto per invitare con il megafono i braccianti allo sciopero è aggredito dal figlio di un agrario, che lo colpisce ripetutamente alla testa. Cattani prova a ripartire con la sua auto ma dopo poche centinaia di metri muore per i colpi ricevuti, senza che possa essere soccorso.
Le modalità dell’aggressione determinano una lunga e controversa vicenda medico-legale e giudiziaria nel corso degli anni Settanta, che alla fine giunge comunque al riconoscimento della colpevolezza e alla condanna dell’agrario.
L’uccisione di Cattani è oggi ricordata da un cippo collocato nella zona dove è avvenuta l’aggressione.
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DOCUMENTI
FONTI
Istituto storico di Modena, Archivio storico Cgil, Camera confederale del lavoro, bb. 195-196, “Documentazione omicidio Cattani 1971-1972”
BIBLIOGRAFIA




















