I “figli dei serrati”
A partire dai primi grandi scioperi di inizio secolo sono organizzate azioni di solidarietà a favore degli scioperanti e, in alcuni casi, verso i loro figli, che vanno oltre la dimensione locale o territoriale. Accade nel 1907 in occasione dello sciopero agrario di Argenta, nel ferrarese, quando alcune decine di bambini sono ospitati dalla Camera del lavoro di Bologna. Una vicenda analoga coinvolge i figli degli operai siderurgici di Terni, durante la serrata della fabbrica. Altre iniziative di solidarietà sono attuate durante il grande sciopero agrario nel parmense nel 1908: anche in questo caso i figli degli scioperanti sono ospitati in diverse località italiane.
L’episodio più noto nel periodo giolittiano è quello che coinvolge i figli degli scioperanti di Piombino e Portoferraio nel 1911. A poche settimane dall’inizio della guerra italo-turca è attuata un’operazione di accorpamento e riorganizzazione dell’industria mineraria e siderurgica, con la nascita del Consorzio ILVA – composto da sei imprese siderurgiche nazionali – che si prepara a ottenere larghi guadagni grazie alla produzione bellica.
La sospensione dell’indennità per i lavoratori del reparto laminatoi porta i lavoratori di Piombino a entrare in sciopero nel luglio 1911, mentre a Portoferraio è per la riduzione degli addetti alle squadre di colata della ghisa che i lavoratori entrano in agitazione. Alla protesta si uniscono anche i marinai elbani. La risposta del Consorzio è la serrata e licenziamenti, mentre a più riprese la polizia interviene a reprimere gli scioperanti.
In una situazione davvero difficile – lo sciopero durerà 135 giorni, per poi concludersi con una pesante sconfitta per i lavoratori, con oltre mille licenziati e riduzioni di paghe – alcune Camere del lavoro decidono di accogliere i figli degli operai piombinesi e elbani.
Il primo treno con ottanta bambini parte da Piombino il 20 agosto. Altri partiranno nei giorni successivi. I ‘figli dei serrati’ sono ospitati in Lombardi e Emilia-Romagna. Nel modenese i bambini sono accolti a Mirandola, Cavezzo e Modena, per iniziativa delle locali Camere del lavoro.
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DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Mirco Carrattieri, Una tradizione di accoglienza, in Accogliere. Una storia di settanta anni fa, 1946-1948, quando gli Emiliani accolsero i bambini napoletani dopo la guerra, numero speciale di ‘Infiniti mondi’, n. 7, novembre/dicembre 2018
Il primo “1° maggio” a Modena
Intorno alla metà dell’Ottocento inizia a farsi strada l’esigenza di contrastare lo sfruttamento indiscriminato dei lavoratori di fabbrica, in particolare rispetto agli orari di lavoro, che potevano raggiungere le 15 ore giornaliere. L’obiettivo delle 8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di sonno viene assunto dalla Prima Internazionale nel congresso di Ginevra del 1866.
In particolare, è negli Stati Uniti – nello specifico nello Stato dell’Illinois – che per la prima volta una legge, largamente inapplicata, stabilisce il diritto alla giornata lavorativa di otto ore. Proprio per celebrare questa legge il 1° maggio 1886 è organizzata a Chicago una grande manifestazione, mentre altre si svolgono nei giorni successivi, duramente represse dalla polizia con decine di morti. In occasione di una di queste, il 4 maggio a Haymarket Square, una bomba è lanciata contro la polizia, causando alcuni morti. Ad essere accusati sono gli anarchici e quattro loro esponenti sono condannati a morte e impiccati nel novembre 1887.
Ed è proprio in memoria dei “Martiri di Chicago” che la Seconda Internazionale, riunita a Parigi nel luglio 1889, proclama il 1° maggio festa internazionale dei lavoratori. Anche in Italia il 1° maggio si inizia a festeggiare nel 1890. Per la prima volta i lavoratori italiani sono chiamati a manifestare tutti insieme, per un obiettivo di carattere generale, in una prospettiva internazionale. Lo continueranno a fare fino alla instaurazione del regime fascista, per poi riprendere questa manifestazione dopo il 1945.
A Modena il 1° maggio 1890 non si svolge alcuna manifestazione: uniche iniziative una riunione dell’associazione degli operai tipografi e la diffusione di un manifesto dell’Associazione operai braccianti di Finale Emilia. Inizia però il lavoro organizzativo, soprattutto da parte socialista, per arrivare preparati all’appuntamento dell’anno successivo. In effetti, pochi giorni prima, nel corso di un comizio promosso il 19 aprile 1891, presenti 400 persone, è approvato un ordine del giorno di questo tenore: “Gli operai della città e provincia di Modena affermano la necessità della riduzione della giornata di lavoro a otto ore per il miglioramento fisico, intellettuale ed economico; e come manifestazione diretta a ottenerla ad affermazione della loro solidarietà coi lavoratori di tutto il mondo nella lotta per la propria redenzione, deliberano di festeggiare il Primo maggio”.
Il 1° maggio sono promosse diverse iniziative. La prima si svolge la mattina alle Case nuove, fuori porta Sant’Agostino, presenti duemila lavoratori, che poi si dirigono verso la città in corteo. Nel primo pomeriggio la conferenza che doveva svolgersi presso il Circolo operaio socialista di via San Paolo è spostata in altro punto della città per le troppe persone intervenute e si forma un altro corteo, con in testa due bandiere, una rossa dei socialisti e una nera degli anarchici. Alle 17 altro comizio nel cortile di Santa Margherita e la sera, infine, nuova conferenza nel Circolo socialista in via San Paolo.
Protagonista della giornata è Vincenzo Bortolucci, presidente dell’Associazione di lavoro fra gli operai braccianti del Comune di Modena, in realtà studente universitario originario di Pavullo (diventerà avvocato), di orientamento anarchico. Infatti, Bortolucci parlerà in tre delle quattro iniziative promosse a Modena e a lui si deve in buona parte l’organizzazione della giornata.
Altre manifestazioni sono promosse a Carpi, Mirandola, Finale Emilia (forse anche a Sassuolo) con discreto successo, ma è sicuramente la giornata modenese a dimostrare il grado di avanzamento della consapevolezza operaia dei propri diritti, stimolando ulteriormente il processo di aggregazione dei lavoratori in organismi sindacali.
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Nasce l'INCA
Le prime forme di associazionismo operaio e popolare hanno come finalità principale quella del mutuo soccorso, attraverso la messa in pratica di forme di aiuto reciproco e di tutela delle condizioni di vita degli operai. In questo senso vanno le Società operaie di mutuo soccorso (SOMS) e, in una fase successiva dell’evoluzione delle strutture sindacali, le casse di resistenza, volte appunto a sostenere i singoli lavoratori in sciopero oppure in condizioni di impossibilità a lavorare per via di infortuni o di malattie.
Un primo passo in avanti nelle pratiche di mutualismo operaio è compiuto dalle amministrazioni comunali, quindi realtà politiche periferiche, grazie alle prime vittorie elettorali di esponenti politici vicini al movimento operaio. Le due culture politiche dell’Italia liberale che si impegnano maggiormente su questo fronte sono quella socialista e quella cattolica, attraverso l’istituzionalizzazione di pratiche e di interventi volti a rispondere alle esigenze più elementari ed insieme più urgenti delle masse e dei settori popolari, spesso coadiuvati da un intenso attivismo della società civile. Questi obiettivi costituiscono una tappa importante nell’evoluzione dell’assistenza, che passa progressivamente dal paternalismo ottocentesco alla moderna concezione del welfare, e che sedimenta nella società l’idea che sia dovere della collettività e dei pubblici poteri quello di assicurare ai lavoratori uno standard minimo di dignità e di diritti.
Dal 28 gennaio al 1 febbraio 1945 si tiene a Napoli il primo congresso della CGIL delle zone liberate. Durante il congresso si decide, sulla base di una relazione di Oreste Lizzadri, eletto in quella sede segretario della CGIL, espressione della componente socialista, di istituire l’INCA (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza). L’iniziale dibattito vede in campo sia l’ipotesi di un’assistenza a pagamento vincolata dall’iscrizione alla CGIL, sia quella di una assistenza gratuita rivolta a tutti i lavoratori. Alla fine si propende per la seconda ipotesi.
In questa prima fase l’INCA, guidata dal suo primo presidente Aladino Bibolotti, si propone due principali obiettivi: l’assistenza materiale ai lavoratori, e quello di ricoprire un ruolo di impulso e di stimolo rispetto alla formulazione delle leggi in materia economica e sociale.
L’azione dell’INCA si innesta in un quadro normativo completamente da ridefinire. Già nel 1917 era stata istituita con un decreto luogotenenziale l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, affidando a degli istituti locali di patronato l’assistenza in caso di contenzioso. Successivamente la CGdL riunisce quei patronati locali in una federazione nazionale. Negli ultimi anni del regime fascista, la struttura nazionale del patronato confluisce all’interno dei sindacati fascisti. Il nuovo quadro normativo dell’Italia repubblicana arriva nel 1947, due anni dopo la costituzione dell’INCA, quando viene riconosciuto come Ente di Patronato con compiti di assistenza e di difesa dei diritti previdenziali, sociali, assistenziali, sanitari e pensionistici, con particolare attenzione ai luoghi di lavoro.
Uno dei dirigenti che più si spende per l’istituzione dell’INCA è Giuseppe Di Vittorio, attribuendo alla funzione di assistenza del Patronato una valenza fondamentale ai fini dell’emancipazione del lavoratore.
L’atto di nascita reca le firme di Achille Grandi, Aladino Bibolotti, Oreste Lizzadri e Raffaele Pastore, ed è datato 11 febbraio 1945.
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BIBLIOGRAFIA
Fabrizio Loreto, Storia della CGIL. Dalle origini a oggi, Roma, Ediesse, 2017
Vertenza SILAN di Carpi
La prima metà degli anni Settanta è un periodo molto teso per l’industria italiana. Nel 1973, in conseguenza della guerra arabo israeliana, si ha la prima grave crisi petrolifera.
Il 1975 è il momento di maggiore acutezza della crisi, le ragioni si individuano nel calo complessivo della domanda, nella politica creditizia, nella debolezza e nei ritardi negli investimenti.
La Silan, entra in una grave crisi a causa di errori gestionali e per il crollo del settore del filato, sul quale si fondava buona parte della sua attività, arrivando sull’orlo del fallimento. Sono in pericolo 1.300 posti di lavoro negli stabilimenti di Carpi, Novi, Fiorano, Rovigo e Bergamo (di cui quasi 400 nella sola Novi).
I sindacati organizzano un presidio permanente degli stabilimenti ed è costituito un comitato di salvezza.
Si chiede di non ignorare il rischio occupazionale, e si chiedono finanziamenti pubblici per il rilancio dell’azienda senza ricorrere al taglio drastico del personale. Questa è ricordata come una delle vertenze più dure che interessarono il territorio.
Il presidio rimane fisso per oltre un anno, fino a quando l’attività riprende con la Nuova Silan. Nel frattempo, il sindacato si impegna nel favorire il reinserimento dei lavoratori in altre aziende, anche con l’organizzazione di corsi di aggiornamento.
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DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Claudio Silingardi, Storia del sindacato a Modena 1880-1980, Roma, Ediesse, 2002
Cgil Carpi, Da sfruttati a protagonisti, Carpi, Centro stampa del Comune di Carpi, 1981
La violenza fascista contro le organizzazioni dei lavoratori
Il primo tentativo di aggressione ad una Camera del lavoro è compiuto a Carpi l’11 dicembre 1920, con spari e il lancio di una bomba Sipe che non esplode. Il 10 gennaio 1921 i fascisti tentano di penetrare nella Camera del lavoro di Modena. Il 21 gennaio dei fascisti si avvicinano alla sede camerale di Modena, e sparano contro le finestre dell’edificio. Tre giorni dopo i fascisti assaltano di nuovo la Camera del lavoro di via del Carmine, che viene devastata, con lancio di mobili e documenti dalle finestre, che vengono bruciati.
Il 29 gennaio è assaltata la Camera del lavoro di Carpi e bruciati dei documenti, il 30 gennaio devastate la Casa del popolo di Fossoli e la Cooperativa di consumo di Novi di Modena. Il 24 marzo è di nuovo assaltata dai fascisti la Camera del lavoro di Carpi, che viene incendiata e completamente distrutta.
In aprile gli assalti si intensificano. il 7 a Marano è invasa la Lega “rossa”; il 12 è occupata la Camera del lavoro di Mirandola, trasformata in Casa del fascio; il 13 devastata la cooperativa di consumo di Ravarino; il 15 incendio del mobilio della Lega di Finale Emilia; il 16 è aggredita la Cooperativa di consumo di Formigine e sono asportati documenti e mobili dalla lega di Camposanto; il 17 devastata la Casa del popolo di Massa Finalese, che viene data alle fiamme; il 17 è invasa la Cooperativa socialista San Possidonio con incendio di mobili e registri; lo stesso giorno è occupata quella di Zocca, con asportazione di bandiere e documenti; il 21 è devastata la Casa del Popolo e la Camera del lavoro di Vignola; il 22 aggredita la Cooperativa di consumo di Santa Maria di Mugnano (Modena); il 23 stessa sorte della Cooperativa di consumo di Castelnuovo Rangone; il 26-27 aprile è colpito il Club operaio di Spilamberto con furto di quadri e bandiere rosse e danneggiamento mobili.
La violenza fascista prosegue in maggio. Il 4 a Finale Emilia è data alle fiamme la Camera del Lavoro, che è di nuovo presa di mira il 13, con distruzione e incendio degli arredi e dei documenti. Il 20 a Ravarino è devastata la Cooperativa di consumo. Il 27 luglio a Roccamalatina (Guiglia) è devastata la Cooperativa di consumo, il 13-14 novembre Portile (Modena) è lanciata una bomba contro la Cooperativa di consumo. Il 21-22 novembre a Verica (Pavullo) è invasa la Cooperativa di consumo, con l’asportazione di 400 lire da un cassetto. Il 22 novembre a Pavullo è data alle fiamme la Cooperativa di consumo e il 28 aggredita e incendiata quella di San Vito (Spilamberto).
Le azioni squadriste proseguono nel 1922. Il 18 febbraio a Migliarina (Carpi) sono aggrediti i soci della Cooperativa di consumo; il 2 aprile a Modena nuova i fascisti entrano nella Camera del lavoro unitaria, asportando copie dell’Avanti! e di Umanità Nova; il 9 aprile lanciano un sasso contro la Camera del lavoro sindacalista e il 13 aprile lanciano una bomba Sipe, che non esplode, contro la Cooperativa di consumo dei Mulini Nuovi (Modena).
A seguito dello sciopero legalitario degli inizi di agosto del 1922, il 5 agosto è incendiata la Camera del lavoro di Modena, la Cooperativa di consumo di San Lazzaro e quella dei Mulini nuovi; è incendiata anche la Cooperativa muratori di Novi di Modena. Il giorno dopo, il 6 agosto, i fascisti tentano, senza riuscirci, di assalire anche la Camera del lavoro sindacalista di via Sant’Agata a Modena. Il 10 agosto è la volta della Cooperativa di consumo di Formigine, dove sono sottratti registri e documenti, mentre il 3 settembre a essere presa di mira è la Cooperativa di consumo di San Felice sul Panaro e quattro giorni dopo quella di Magreta (Formigine), che viene devastata e data alle fiamme. Infine, lì1-2 ottobre i fascisti penetrano di nuovo nella Camera del lavoro di via del Carmine, asportando materiale, mentre l’8 novembre è la volta della Camera del lavoro sindacalista, dove espongono la bandiera italiana.
Non si contano, inoltre, le aggressioni a sindacalisti, capilega e semplici lavoratori, con bastonature, somministrazione di olio di ricino, minacce varie che in alcuni casi portano all’allontanamento da Modena, in altre città o all’estero. Non è possibile, ancora oggi, conoscere il numero esatto dei lavoratori uccisi nel corso di aggressioni fasciste, comunque non inferiore alla quindicina. Tra i nomi conosciuti uccisi nel 1921 ci sono quelli di Angelo Stancani, capolega di Campogalliano, il 1° gennaio 1921; Celso Piccinini di Novi, il 12 marzo; Vermilio Bonesi di Vignola, il 21 aprile; Francesco Setti di Sorbara, il 16 giugno; Corrado Vescovini di Mirandola, il 9 luglio; il sindacalista cattolico Agostino Baraldini di Mortizzuolo, il 17 agosto; Igino Bellandi di Zocca, il 16 settembre; Regolo Bellei di Sassuolo, l’8 ottobre; Medardo Ferrari di San Possidonio, il 15 ottobre; Teobaldo Righetti di Modena, il 6 novembre. Nel 1922 sono uccisi Benvenuto Pignatti di San Felice, il 12 marzo; Adelmo Benvenuti e Giovanni Romani di San Venanzio, il 20 agosto; Giovanni Bassoli di Mirandola, il 6 luglio e Giovanni Forghieri di Villanova di Modena il 2 agosto.
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FONTI
BIBLIOGRAFIA
Fabio Montella, Bagliori d’incendio. Conflitti politici a Modena e provincia tra guerra di Libia e marcia su Roma, Milano, Mimesis, 2021
Lo sciopero generale di aprile 1944 a Modena
La situazione sindacale nelle fabbriche modenesi durante l’occupazione nazista e la Repubblica sociale è condizionata da un lato dal tentativo dei sindacati fascisti di accreditarsi tramite l’elezione delle Commissioni interne, dall’altro dal ruolo delle organizzazioni clandestine di fabbrica che puntano al sabotaggio della produzione e alla difesa degli impianti per evitare asportazioni da parte tedesca in un contesto, peraltro, reso complicato dai bombardamenti aerei sulle fabbriche, dai timori di essere deportati e dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Primi scioperi avvengono alla Fiat Grandi motori nel dicembre 1943, provocato dal ricatto sindacale di concedere la gratifica di 192 ore solo dopo l’elezione della Commissione interna e, di nuovo, nel gennaio 1944 alla Grandi motori e alla Fiat Oci, per ottenere aumenti salariali, mentre fallisce lo sciopero generale proclamato nel nord Italia nel marzo 1944 per l’inattività delle principali fabbriche, lesionate dopo il bombardamento aereo del 14 febbraio.
I lavoratori modenesi sono invece protagonisti di uno sciopero generale il 5, 6 e 7 aprile. La protesta ha inizio la mattina del 5 aprile davanti ai cancelli delle Officine Candele Maserati: una cinquantina di operaie, licenziate e precettate per essere inviate in Germania, si riuniscono davanti alla palazzina degli uffici della fabbrica per protestare contro la direzione aziendale, ritenuta responsabile di quanto successo. Nel pomeriggio dello stesso giorno si astengono dal lavoro quasi cinquecento operai della Fiat Grandi motori, anche loro per protestare contro la decisione di inviare in Germania, ufficialmente per un ‘corso di specializzazione’, sei operai scelti a sorteggio.
I giorni successivi, nonostante le minacce di licenziamento che appaiono anche sui giornali locali, lo sciopero si estese ad altre fabbriche del capoluogo, coinvolgendo migliaia di lavoratori. Lo sciopero ha infine successo, riuscendo nell’intento di impedire il trasferimento di lavoratori in Germania. Altre proteste contro tentativi di trasferimento di operai verso il nord sono segnalate in estate in alcuni stabilimenti modenesi, come la Fiat Grandi motori, la Martinelli e la Giusti.
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DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Claudio Silingardi, Una provincia partigiana. Guerra e Resistenza a Modena 1940-1945, Milano, Franco Angeli, 1998
L'uccisione di Ernesto Cattani
Ernesto Cattani, segretario della Camera del lavoro di Campogalliano, il 3 agosto del 1971 è aggredito e ucciso da un agrario del luogo, mentre è impegnato nella vertenza per il rinnovo del contratto provinciale dei braccianti, vertenza che si scontra con la dura intransigenza dell’associazione degli agrari. In luglio sono numerose le giornate di sciopero, ma non mancano episodi d’intimidazione e minacce nei confronti dei sindacalisti impegnati nella conduzione della vertenza a Ravarino, Cavezzo, Bomporto e Villavara.
Il clima è teso anche a Campogalliano. È segnalata la presenza di fascisti che vogliono entrare in azione, compaiono scritte fasciste e sono bruciate alcune strutture della Festa de l’Unità. Circola anche un volantino di un sedicente ‘gruppo di lavoratori della terra’, che attacca il sindacato.
Un nuovo sciopero di 48 ore è previsto per il 4 e 5 agosto. Il 3 agosto Cattani percorre le strade del comune in macchina per informare i lavoratori agricoli. Ad un incrocio viene aggredito da un giovane e robusto agrario, che lo tira fuori dall’auto, lo prende a pugni per poi ricacciarlo di nuovo nell’abitacolo. Cattani riesce a ripartire, percorre poche centinaia di metri, ma muore prima che possa essere soccorso.
Subito si pensa ad un malore, poi la testimonianza di un operaio che ha visto l’aggressione porta all’arresto dell’agrario. Accusato di omicidio preterintenzionale, il 29 dicembre è rilasciato grazie ad un intervento molto criticato della Corte di appello di Bologna, e si dà alla latitanza. Il processo inizia a Modena il 21 dicembre 1972. Nonostante gli sforzi della difesa, sostenuti anche da una parte della stampa, l’agrario è condannato dalla Corte di assise a 3 anni di carcere, condanna confermata in appello nel gennaio 1973. Dopo oltre due anni di latitanza – nel febbraio 1974 – l’agrario si consegna alla polizia per scontare la pena, ma nell’aprile dello stesso anno è rilasciato in libertà provvisoria, provocando di nuovo proteste e delusione. Nel 1976 la Corte di cassazione conferma definitivamente la condanna, e una domanda di grazia inoltrata nel 1977 è respinta dal presidente della Repubblica.
Dopo l’uccisione di Cattani, e lo sciopero generale provinciale proclamato per il pomeriggio del 5 agosto, si conclude rapidamente la vertenza per il contratto provinciale dei braccianti: una vertenza durata 45 giorni, e costata 10 giorni di sciopero differenziato. Anche nella altre province si rinnovano i contratti, centrati sul diritto dei lavoratori agricoli a contrattare i piani colturali, superare il lavoro a giornata, istituire il minimo salariale nazionale, ottenere il riconoscimento della presenza del sindacato nelle aziende.
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DOCUMENTI
FONTI
Istituto storico di Modena, Archivio Cgil Modena, Documentazione Cattani
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Claudio Silingardi, Storia del sindacato a Modena 1880-1980, Roma, Ediesse, 2002
Lo sciopero della Sipe del 1941
Nel seconda metà degli anni Trenta si consolida la presenza sovversiva dentro la Sipe di Spilamberto, anche a seguito del notevole incremento dei dipendenti, che arriveranno a superare le quattromila unità. Nel 1938 sono ritrovate nelle latrine scritte «di carattere sovversivo», e si consolida all’interno dell’azienda un nucleo comunista che fa capo a Samuele Simonini e Iris Malagoli.
Con l’entrata in guerra le condizioni di lavoro degli operai occupati nelle industrie peggiorano sensibilmente, aumentano i turni di lavoro, calano le disponibilità alimentari e, negli stabilimenti ausiliari, si fa più pesante il sistema di controllo e di repressione. Nell’ottobre 1941 due operaie della Sipe sono fermate «perché sospettate di istigazione a compiere atti di sabotaggio e ostruzionismo nello stabilimento».
Il 5,6 e 7 giugno 1941 si svolge l’agitazione modenese più rilevante della prima fase della guerra ad opera delle operaie della Sipe di Spilamberto. Lo sciopero è provocato dal tentativo della direzione aziendale di decurtare in modo subdolo il salario delle lavoratrici, proponendo un aumento di 5 centesimi l’ora, abolendo però il premio di 10 centesimi l’ora. Il giorno di paga, verificata la diminuzione del salario, circa 300 dipendenti si astengono dal lavoro. La mattina dopo l’agitazione si allarga, e circa mille lavoratrici non entrano in fabbrica, sostando davanti ai cancelli e gridando le loro richieste, ovvero un aumento di 30 centesimi e il mantenimento del premio. Il giorno dopo le operaie sono costrette a ritornare al lavoro dall’intervento di fascisti e carabinieri. Intervenne anche il federale Franz Pagliani, al quale tuttavia una delle operaie con cui stava facendo un’animata discussione lanciò in viso una pagnotta gridando: “Mangialo tu questo schifoso pane!” La direzione alla fine concede un aumento di salario, ma la repressione si abbatte in modo brutale sulle lavoratrici: nove di loro vengono fermate, tre denunciate, 122 licenziate e 204 sospese dal lavoro per alcuni giorni.
Il 28 luglio 1943 i lavoratori e le lavoratrici della SIPE sono protagonisti di un altro sciopero, che questa volta assume un chiaro significato politico: in duemilacinquecento escono dall’azienda incolonnandosi verso Spilamberto, ma sono bloccati da carabinieri e soldati i quali però, all’ordine di aprire il fuoco sparano in aria, evitando così una strage. La sera diversi operai sono arrestati e otto deferiti al Tribunale militare di Bologna, mentre tre comunisti, ricercati, si danno alla latitanza.
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FONTI
BIBLIOGRAFIA
Paola Nava, Ragioni e Sentimenti. Le operaie della SIPE di Spilamberto dal fascismo agli anni sessanta, Modena, Centro documentazione donna, 1998.
Daniel Degli Esposti, Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto, Modena, Edizioni Artestampa, 2018
Nasce la Camera del Lavoro di Carpi
Uno degli elementi che ritarda a Carpi il sorgere delle organizzazioni dei lavoratori è senz’altro costituito dalla sua struttura economica, dove dominano il lavoro saltuario e a domicilio. Questa configurazione si presta maggiormente a creare elementi di concorrenzialità che non a favorire l’unità. Ma le durissime condizioni di vità e gli stridenti squilibri sociali legati alla proprietà fondiaria forniscono altresì il terreno necessario all’emersione delle prime associazioni aventi scopo assistenziale e mutualistico.
Quando il 9 dicembre 1860 si costituisce la Società di Mutuo soccorso fra gli operai di Carpi, essa nasce non per iniziativa degli operai ma ad opera di un intellettuale, il dottor Giustiniano Grosoli.
Sul finire del secolo diciannovesimo incomincia ad affermarsi l’esigenza di una struttura non di sola assistenza mutualistica, ma capace di dirigere politicamente i lavoratori e organizzare la loro lotta. Ma qui, come nel resto d’Italia, forte è la resistenza delle forze liberali di destra, spesso alleate alle gerarchie ecclesiali e con l’appoggio delle forze dell’ordine. Molto spesso gli elementi più coscienti e impegnati nello scontro sociale vengono arrestati, licenziati, o additati come “sovversivi”.
Nel 1903 le leghe e le organizzazioni “economiche” socialiste (cooperative), organizzano un convegno sindacale: in questa occasione, per la prima volta si valuta l’opportunità di costituire a Carpi una sezione della Camera del lavoro di Modena, con lo scopo di fornire ai lavoratori in lotta una valida guida, una struttura di direzione unitaria, di coordinamento e collegamento con le altre zone.
I socialisti carpigiani decidono nel settembre del 1905 di creare la propria Camera del lavoro, chiamando ad organizzarla Gildo Cioli, già segretario della Federazione polesana delle leghe.
Il 19 febbraio 1906 con la convocazione di tutte le organizzazioni dei lavoratori dei comuni di Carpi, Novi, Soliera, viene fondata la Camera del lavoro che troverà la sua prima sede in Via J. Berengario, formalmente come succursale di quella di Modena, ma in realtà completamente autonoma. Al convegno costitutivo aderiscono le leghe bracciantili di Fossoli, Quartirolo, Gargallo, Limidi, Cibeno e Santa Croce; le Cooperative di braccianti di Carpi, Fossoli e Novi; la lega dei fornaciai di Carpi; le Cooperative di trecciaie sorte a Migliarina, Budrione e Gargallo, le Cooperative dei cartai di Carpi, dei muratori di Carpi e di Novi; le leghe dei camerieri, degli annaspatori e dei cilindratori, dei barbieri, dei cappellai; i Circoli socialisti di Carpi, Limidi, Cibeno e San Marino, Quartirolo, Migliarina e Budrione, Fossoli e la sua lega femminile. Segretario viene eletto Gildo Cioli, l’uomo che più di ogni altro si era adoperato nei mesi precedenti per l’organizzazione dei lavoratori carpigiani, per il coordinamento delle lotte ed i rapporti con la Camera del lavoro di Modena. Alfredo Bertesi invia una lettera ed offre alla nascente organizzazione la vecchia e gloriosa bandiera dell’Associazione dei lavoratori.
La nascita della Camera del lavoro di Carpi va a consolidare quel particolare ecosistema creatosi intorno alla figura di Alfredo Bertesi, che nella doppia veste di industriale e difensore dei lavoratori, aveva costruito una struttura indipendente e basata sull’industria del truciolo. Tale sistema di potere entra in crisi negli anni dieci, per la radicalizzazione dei conflitti sociali e per le tensioni che attraversano il paese a partire dalla guerra di Libia.
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DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Camera del lavoro di Carpi, Da sfruttati a protagonisti. Un contributo di note, documenti e immagini per la
storia del sindacato e delle lotte del movimento operaio a Carpi, Carpi, Cgil Carpi, 1981
Nasce la Camera confederale del lavoro di Modena
Nei primi mesi del 1945 – dopo che nel giugno del 1944 era stato siglato il ‘Patto di Roma’ con la nascita della Confederazione generale italiana del lavoro – si sviluppa anche tra i partiti antifascisti modenesi la discussione sull’assetto da dare al sindacato nel dopoguerra.
Il primo passo ufficiale è compiuto dai partiti socialista e comunista, che presentano una mozione unitaria ai rappresentanti degli altri partiti per dare vita all’organismo camerale. In questo documento sottolineano anche la necessità di coinvolgere gli esponenti sindacalisti anarchici, per evitare che rinasca la Camera del lavoro sindacalista, riproponendo così le fratture del periodo prefascista.
Il 16 aprile 1945 in un appartamento nella zona di Porta Bologna a Modena, le forze politiche rappresentate nel Comitato di liberazione nazionale approvano la nascita della Camera confederale del lavoro, nominando una segreteria composta da tre membri in rappresentanza dei tre partiti, socialista, comunista e democratico cristiano e una commissione esecutiva (che rimane in carica fino al momento del primo congresso che si svolge nell’ottobre 1945) formata da Massimiliano Vincenzi, Elio Carrarini e Luigi Guerrieri per i comunisti; Giuseppe Levrini e Giovanni Rossi per i socialisti; Lorenzo Barozzi e Alfonso Lugli per la Democrazia Cristiana; Augusto Sintini per il Partito d’Azione e Vincenzo Chiossi per i sindacalisti anarchici.
Nei suoi primi documenti sono toccati gli argomenti che saranno le colonne portanti della politica del sindacato unitario: rivendicare l’apporto dei lavoratori alla lotta di liberazione nazionale per porli al centro della nuova Italia del dopoguerra, allo scopo di superare lo storico steccato tra le classi popolari e i gruppi dirigenti nazionali. Il sindacato dovrà essere un’istituzione unitaria rappresentativa del lavoro nella nuova e libera società produttiva, un pilastro della nuova organizzazione statuale, sociale ed economica; l’intero mondo del lavoro diviene un cardine sul quale ricostruire un paese democratico, dove il lavoro manuale non è più l’ultimo gradino della scala sociale.
La struttura riprende il modello sindacale prefascista, basato su organizzazioni territoriali e orizzontali, le Camere del lavoro, e su organi verticali, le categorie, cercando però di mantenere più saldo il controllo degli organi direttivi. La segreteria della Camera confederale del lavoro è l’organo dirigente dell’intero movimento sindacale; ad essa è subordinato il consiglio direttivo (o esecutivo camerale) formato da 20-30 segretari camerali e segretari di categoria; infine, il Consiglio generale dei sindacati e delle leghe che comprende anche i segretari delle camere del lavoro comunali.
In breve tempo la Camera confederale riesce a radicarsi fortemente nel territorio, dando voce alle speranze dei lavoratori nonostante le difficilissime condizioni sociali ed economiche dell’immediato dopoguerra. Nel giugno del 1945 gli iscritti sono già 60.000, ad agosto 85.000 e 120.000 alla fine dell’anno. In ottobre sono costituite le Camere del lavoro comunali a Carpi, Mirandola, Finale Emilia, Nonantola, Sassuolo, Vignola e Pavullo. In estate sono già attive quattro federazioni provinciali e il 22 luglio nasce la Federazione provinciale artigiani, che rimane collegata alla Camera confederale del lavoro fino al giugno 1947.
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FONTI
BIBLIOGRAFIA
Lorenzo Bertucelli, “Costruire la democrazia”. La Camera del lavoro di Modena (1945-1962), in Lorenzo Bertucelli, Claudia Finetti, Marco Minardi, Amedeo Osti Guerrazzi, Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Nasce la Camera del Lavoro di Modena
I primi tentativi di costituire una Camera del lavoro a Modena risalgono al dicembre 1893, quando dieci presidenti di associazioni operaie modenesi rivolgono la richiesta di un locale e di un sussidio annuo al Comune di Modena. Tale richiesta viene rinnovata anche nel febbraio 1898 e in occasione del Primo maggio 1899 anche la sezione modenese della Federazione nazionale dei lavoratori del libro presenta un ordine del giorno al Comune di Modena per sollecitare l’esaudimento di questa richiesta.
La Camera del lavoro di Modena nasce il 23 maggio 1901, con l’adesione di 59 tra leghe di resistenza, mutue e cooperative. È promossa da alcuni esponenti del socialismo riformista, che vorrebbero inquadrare tutte le organizzazioni economiche della provincia. Un obiettivo che inizialmente fallisce per l’ostilità delle leghe contadine della Bassa modenese, già organizzate in una propria Federazione.
Il modello iniziale è quello di un organismo apolitico con finalità prettamente economiche, come l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Questo carattere si attenuerà negli anni fino a scomparire, trasformando la Camera del lavoro in un organismo rivendicativo di classe, guidato non più dai socialisti riformisti ma da quelli intransigenti. Nel 1902 Bindo Pagliani sostituisce Luigi Sola alla guida della Camera del lavoro e nel 1903 finalmente sono aperti i suoi uffici in via Blasia, nella zona dell’ex ghetto ebraico.
Dopo lo sciopero generale del 1904 il Comune di Modena toglie il sussidio alla Camera del lavoro, inizialmente concesso. Nel 1906 la Camera del lavoro raggruppa 92 leghe con 8.778 aderenti, ma rimangono i problemi di rapporto con la provincia. A metà del 1909 sono attive nella provincia di Modena ben cinque Camere del Lavoro in concorrenza tra loro, cui si deve aggiungere, dal novembre dello stesso anno, l’Ufficio del lavoro cattolico.
Nel frattempo si fanno sempre più evidenti le tensioni tra riformisti e socialisti rivoluzionari anche in città. Bindo Pagliani si dimette da segretario e al suo posto arriva il socialista rivoluzionario Nicola Bombacci, che imprime una notevole accelerazione all’iniziativa sindacale. Nel 1912 la Camera del lavoro si trasferisce nella Casa del popolo in via del Carmine, appena inaugurata.
Sempre Bombacci si fa promotore di un processo di unificazione con le altre Camere del lavoro. Il congresso di unificazione si svolge il 19 gennaio 1913, alla presenza di 330 associazioni che rappresentano 26.000 soci. Il risultato è la divisione non più orizzontale ma verticale, con la nascita di due Camere del lavoro provinciali, quella detta unitaria a orientamento socialista e quella sindacalista a orientamento anarchico e rivoluzionario.
Collegamenti
DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Osti Guerrazzi, Lotte rivendicative e tensioni rivoluzionari nell’età liberale (1900-1924), in Lorenzo Bertucelli e al., Un secolo di sindacato. La Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma, Ediesse, 2001
Vertenza Rangoni a Spilamberto
Nelle dure lotte sostenute dai mezzadri modenesi nel dopoguerra assume un rilievo particolare quello delle venticinque famiglie mezzadrili dell’azienda Rangoni di Spilamberto, proprietà dei marchesi Rolando, Ida e Bianca Rangoni Machiavelli.
Lo scontro ha inizio con la contestazione da parte dei mezzadri degli obblighi e delle regalie, del riparto dei prodotti, della chiusura delle contabilità coloniche degli anni precedenti. Ma il marchese Rangoni oppone una dura resistenza: rifiuta ogni confronto con i suoi mezzadri ed agisce con querele e denunce. Dal canto loro, i mezzadri accusano il marchese di boicottare l’andamento produttivo dell’azienda e il primo maggio 1946 costituiscono una Commissione aziendale che di fatto estromette la proprietà dalla gestione dell’azienda. Questo modello di autogestione sopravvive fino al 15 luglio 1947, quando il Tribunale di Modena procede al sequestro giudiziario di tutti i poderi.
I mezzadri raggiungono un accordo con la proprietà nel dicembre 1947, che si impegna a ritirare tutte le cause penali e civili e a chiudere le contabilità. Ma dopo qualche mese i mezzadri denunciano il marchese per la mancata chiusura delle contabilità ma, a loro volta, sono denunciati e citati per danno. Nonostante la mobilitazione della popolazione di Spilamberto, gli interventi delle autorità locali, provinciali e anche nazionali, alcune famiglie mezzadrili sono costrette ad andarsene, e la vertenza viene pesantemente condizionata dal complicato intrecciarsi di cause civili e penali.
Alla fine tra rinvii, sospensioni e nuove denunce non si giunge ad alcuna sentenza processuale, ma ad una transizione amichevole nel marzo 1955 con il ritiro di tutte le cause, non prima però dell’allontanamento di tutte le famiglie ‘ribelli’. Rimangono invece aperti i problemi sindacali e la vertenza si conclude con la sconfitta dei lavoratori. Ma come ha scritto Daniela Betti nel libro I coloni delle Basse, «Non si sentono degli sconfitti, oggi, i protagonisti di allora. La memoria collettiva restituisce l’immagine di una lotta combattuta dalla parte della ragione. E anche se le vicende individuali ebbero nell’immediato un triste epilogo, nella memoria di classe resta la convinzione orgogliosa di aver partecipato ad un movimento generale di emancipazione e di progresso».
Collegamenti
DOCUMENTI
FONTI
BIBLIOGRAFIA
Daniela Betti, I coloni delle basse. Lotte mezzadrili a Spilamberto nel secondo dopoguerra 1945-1955, Carpi, Edizioni Nuovagrafica, 1993

























